Si basano sull'ACT una delle più evolute forme di terapia cognitivo comportamentale di terza generazione caratterizzata dalla combinazione di pragmaticità (breve durata con obiettivi pratici centrati sul problema), profondità (individuazione e superamento delle paure più profonde, accesso alle risorse personali e valorizzazione dei propri valori e obiettivi).
Tenuti da Pietro Spagnulo, autore di Liberi dal panico -con la terapia cognitivo comportamentale di III generazione, e Stefano Marchi co-direttore del Centromoses e didatta AIAMC, sulla base dei principi più avanzati della Terapia Cognitivo Comportamentale (la cosiddetta Terapia Cognitivo Comportamentale di terza generazione).
Sì, lo sappiamo bene. Lo sappiamo tutti quanto sia possibile farsi del male senza alcuna ragione. Sappiamo quanto sia facile cadere nella trappola di complicarsi la vita.
Ebbene, per chi soffre di panico questa tendenza così umana assume connotazioni spettacolari.
Chi soffre di panico si complica la vita essenzialmente in due modi:
1. costruendo un'idea di se stessa come persona diversa dagli altri.
2. combattendo a tutti i costi le sensazioni di ansia.
Quando ci si costruisce l'idea di essere diversi, diventa difficile ipotizzare un cambiamento positivo: se si è diversi, si rimane diversi. Nessun diverso diventa uguale, per definizione. E così si persevera a complicarsi la vita.
Una conseguenza diretta dell'idea di essere diversi è di combattere le sensazioni di ansia.
Ma quali sono i passaggi? Semplice, se penso di essere diverso, sono io che provo un'ansia più intensa degli altri. La mia ansia è sbagliata, quella degli altri (se pure la provano) è giusta, è normale.
Se la mia ansia è sbagliata, esagerata, patologica, non si può fare altro che desiderare di eliminarla.
E dunque ogni accenno di ansia viene percepito come un cattivo segno.
Ciò non fa altro che alimentare l'ansia di avere ansia e dunque non fa altro che alimentare l'ansia.
Chiaro?
Soluzione: prendere in seria considerazione l'idea di non essere diversi dagli altri e prendere in seria considerazione l'idea che la cura non consista nell'eliminare l'ansia, ma, anzi, nel familiarizzarsi con l'ansia.
Esattamente così come tutti.
di Pietro Spagnulo
Le persone che soffrono di Disturbo di panico tendono frequentemente a interpretare in modo distorto alcune sensazioni fisiche.
L'esempio più frequente è la tachicardia. Molte persone anche giovani, e persino atleti, tendono ad interrompere l'attività fisica o agonistica perché si allarmano quando avvertono un aumento della frequenza cardiaca. È inutile dire che l'aumento della frequenza cardiaca è un fenomeno assolutamente fisiologico e auspicabile quando si svolge attività fisica! Altre persone temono anche le più piccole sensazioni di disequilibrio, tensioni, modificazioni della temperatura corporea o qualsiasi altra normalissima sensazione fisica che vengono interpretate come l'inizio di un possibile malessere o attacco di panico.
L'allarme generato dalle interpretazioni distorte delle sensazioni fisiche determina a sua volta un incremento della tendenza al panico e, soprattutto, un aumento della tendenza all'evitamento.
Non c'è altra strada per guarire da questo problema che riprendere confidenza e fiducia nelle normali sensazioni corporee.
Come?
Imparando a sentire le sensazioni per quelle che sono, prestandovi attenzione, invece di sfuggirle, aprendosi ad esse, invece di chiudersi, adoperando curiosità, invece della paura.
Difficile?
Basta provare.
Com'è noto, la psicoterapia cognitivo comportamentale è il modello di intervento psicologico più accreditato dalla comunità scientifica, in quanto è stata provata empiricamente la sua affidabilità ed efficacia per un gran numero di disturbi e problemi.
Il trattamento del disturbo di panico non fa eccezione, anzi si può dire che l'intervento cognitivo comportamentale per il panico sia uno dei cavalli di battaglia di questo tipo di psicoterapia.
Inoltre, negli ultimi anni, sono state introdotte alcune importanti novità nell'intervento standard, migliorandone ancora di più l'efficacia e l'aspettativa di guarigione di chi è affetto da questo problema.
Si fa spesso molta confusione tra i termini "panico" e "Disturbo di Panico".
Il panico è una condizione di intensa ansia con manifestazioni fisiche variabili da persona a persona (tachicardia, tensione muscolare, tremori, pressione toracica, sensazione di fame d'aria, etc.) che può insorgere nelle più svariate circostanze. Si ritiene che nella popolazione mondiale una persona su tre abbia avuto nel corso della propria vita almeno un attacco di panico anche in situazioni che non rappresentano un pericolo reale (ad esempio nel traffico, sotto una galleria, nella folla, in aereo, in situazioni di esposizione personale come un esame, parlando in pubblico, etc.).
Uno o più episodi di attacchi di panico non rappresentano necessariamente un problema psicopatologico.
Il Disturbo di Panico è molto meno frequente (una persona su 120 circa) ed è caratterizzato dall'intenso timore di avere nuovi attacchi di panico con conseguente comportamento di evitamento o ricerca di accompagnatori e/o rassicurazioni di ogni genere (vicinanza di ospedali, medici, persone di riferimento). Si può dunque soffrire di Disturbo di Panico anche in assenza di episodi di panico in quanto il problema non consiste negli episodi di panico in se stessi, ma nel temerli fortemente con conseguente cambiamento del proprio stile di vita.
di Pietro Spagnulo
Molte persone sono convinte che per risolvere un problema emotivo bisogna capirne la causa.
In questa convinzione vi sono alcuni fraintendimenti.
1. Spesso si confonde la causa con i precedenti storici di un problema. Ad esempio, se ho la fobia dei cani è possibile che vi sia stato un evento nel mio passato in cui un cane mi ha morso. Ma serve a qualcosa sapere che sono stato morso da un cane? No, a meno che io non possa accedere alle mie emozioni legate a quell'evento e non riesca a cambiare qualcosa nel mio modo di vivere quell'evento. Molti credono che bisogna rintracciare l'evento o gli eventi che nella propria storia personale hanno dato avvio al problema. Come abbiamo visto dall'esempio, la pura e semplice identificazione di eventi del proprio passato non ha alcuna influenza sul presente se non cambia il modo di vivere quell'esperienza. E dunque si tratta di modificare qualcosa nel presente, ovviamente non nel passato.
2. Spesso si confonde la causa di un problema con una sorta di debolezza di base che deve essere cambiata. Ad esempio, alcune persone credono che un certo problema possa dipendere da una scarsa autostima e dunque si impegnano a "rafforzare l'autostima". Ma come si fa a migliorare la stima che si ha di se stessi se non ci si impegna a modificare il modo di affrontare alcune situazioni o circostanze di vita? Ad esempio, se nutro poca fiducia in me stesso perché rinuncio a fare le cose, è difficile riacquistare fiducia continuando a rinunciare a fare quelle cose. Anche in questo caso, come si vede, bisogna modificare qualcosa nel presente, nel proprio modo di vivere e comportarsi.