Relational Frame Theory

di Pietro Spagnulo

L'altro insieme di principi fondamentali dell'ACT si basa sulla Relational Frame Theory, un complesso modello linguistico-semantico frutto di quindici anni di lavoro sperimentale compiuto da Steven Hayes e i suoi collaboratori.
Alla base del modello vi è l'idea che gli organismi dotati di linguaggio aggiungono alla ben nota abilità di apprendimento di cui possono disporre tutti i mammiferi, due peculiarità: la capacità di ricavare un apprendimento combinatorio e la capacità di estendere un apprendimento anche ad altri contesti.
Si guardi la seguente figura.

Se un animale apprende un collegamento tra A e B è in grado di mutuare anche il collegamento reciproco di B verso A. Lo stesso dicasi di A verso C e di C verso A.
Gli umani sono però in grado di combinare questo apprendimento, derivando anche una relazione tra B e C.
Ad esempio, se sappiamo che A è più lungo di B e che C è più lungo di A, anche un animale capisce il loro reciproco, cioè che B è più corto di A e che A è più corto di C (mutual entailment) .
Ma un umano è in grado di comprendere anche che C è più lungo di B (combinatorial entailment). E la relazione tra B e C è detta relazione derivata.
L'altra peculiarità umana consiste nella capacità di estendere questo apprendimento a contesti limitrofi.
Ad esempio, se sappiamo che Aldo è più alto di Giacomo e che Giovanni è più basso di Giacomo, non solo possiamo derivare che Aldo è più alto di tutti, ma anche che, se siamo alla ricerca di un compagno per una squadra di basket, Aldo sarà il primo ad essere convocato!
Quest'ultima abilità si chiama "trasformazione" ed è particolarmente importante per lo sviluppo di disagio emozionale.
La capacità di trasformare significati e di trasferirli ad altri contesti è non solo un potente sistema di apprendimento, ma anche un potenziale strumento al servizio della sofferenza umana.
Gran parte delle generalizzazioni e distorsioni di significato, ben note nella terapia cognitivo comportamentale, non sono altro che conseguenze della nostra stessa abilità di progettare razzi che vanno nello spazio.
In altri termini, il pensiero creativo non è meno distorto o generalizzante del pensiero "patologico". La differenza sta nel contesto. Nel primo caso giochiamo con queste abilità a fini creativi, nel secondo caso costruiamo realtà virtuali che possono produrre molta sofferenza se non siamo in grado di coglierne l'aspetto arbitrario e, appunto, "creativo".
Ad esempio, una persona che soffre di Disturbo di Panico può pensare che avere un attacco di panico è un segno di debolezza. Questo può anche convincere la persona di essere complessivamente "più debole" di altre e dunque diversa, fragile, "menomata". In questo modo l'idea di avere un attacco di panico racchiude in sé anche la conferma di essere manomati e pertanto diventa una minaccia intollerabile (non devo avere attacchi di panico!) e l'evitamento diventa una conseguenza inevitabile.