La Terapia Cognitivo Comportamentale è considerata dalle principali organizzazioni internazionali sulla salute una psicoterapia di grande affidabilità e efficacia.
La sua alta reputazione dipende probabilmente da più di fattori.
Innanzitutto, è una terapia basata sulla ricerca empirica. Ciò significa che tendenzialmente ogni tecnica ed ogni tipo di intervento che viene utilizzato in questo tipo di terapia viene sottoposto a ricerche cliniche e controlli accurati per verificarne la validità.
Sebbene questo tipo di ricerche non possano dare la certezza assoluta, offrono senz'altro un solido fondamento alla sua utilizzazione.
La seconda ragione è data dal fatto che è una terapia tendenzialmente breve. Ciò dipende fondamentalmente dal suo essere orientata a risolvere dei problemi, a trovare soluzioni.
La terza ragione è che la terapia cognitivo comportamentale è piena di buon senso. Chiunque inizia questo tipo di terapia ha la gradevole sensazione di capire perfettamente ciò di cui si parla e quali siano gli scopi del proprio trattamento. Per definizione, questo tipo di terapia si basa sulla collaborazione e sulla condivisione degli obiettivi, dunque è necessario che il terapeuta sappia farsi capire e che capisca quali sono le specifiche esigenze di chi cerca la sua consulenza.
A queste tre note ragioni che hanno determinato il successo di questo tipo di terapia, aggiungerei una quarta: il suo collegamento con le altre scienze, come la neuro-fisiologia, l'etologia, la biochimica, l'intelligenza artificiale, la linguistica. La terapia cognitivo comportamentatale ha adottato sin dal primo momento un linguaggio operazionale, basato soprattutto su fatti e osservazioni empiriche e rifugge sistematicamente ogni forma di terminologia oscura, vaga, imprecisa, suggestiva, criptica, gergale. Ciò le consente di dialogare con le scienze neuro-fisiologiche e di essere aperta e ricettiva ad altri campi della conoscenza.
Nell'ultimo ventennio, questa peculiarità ha consentito alla terapia cognitivo comportamentale di dialogare e di aprirsi a mondi altrimenti infinitamente distanti.
Da un lato gli studi sulla mindfulness e sui suoi effetti sulla salute, dall'altro gli studi sul linguaggio e sulla psicologia contestuale, sono oggi parte integrante della grande famiglia cognitivo-comportamentale, al punto da indurre molti studiosi a parlare di terza onda, o terza generazione di questa terapia (essendo la seconda generazione rappresentata dalla rivoluzione cognitiva).
Per quanto riguarda il trattamento del Disturbo di Panico, l'approccio cognitivo comportamentale ha consentito di affrontare in modo diretto i nodi del problema: la tendenza all'evitamento, che viene affrontato con l'esposizione, il circolo vizioso dell'ansia che può essere spezzato con la respirazione lenta controllata, e la presenza di pensieri catastrofici che vengono messi in discussione ad uno ad uno (ristrutturazione cognitiva).
Tuttavia, l'approccio descritto è oggi considerato in parte superato dalla terapia cognitivo comportamentale di terza generazione. Le differenze fondamentali sono due:
1. invece di cercare di modificare le convinzioni catastrofiche (che spesso sono considerate irrazionali già dagli stessi pazienti), l'ACT si preoccupa di insegnare a distinguere sempre meglio tra sensazioni e ideazione, tra percezione e immaginazione. La semplice capacità di riconoscere i due livelli della propria esperienza consente di non essere intrappolati nella potente macchina immaginativa della mente e di tornare all'esperienza presente, così come si presenta alla propria percezione. Ma soprattutto consente di accettare di più il proprio mondo interiore, rinunciando alla lotta contro se stessi, rinunciando a voler controllare ogni aspetto delle nostre emozioni. Questo aspetto della terapia è particolarmente rilevante per interrompere il circolo vizioso caratteristico del Disturbo di Panico: la paura di provare ansia comporta infatti la conseguenza paradossale di stare in ansia, oppure di evitare le situazioni e le azioni ansiogene. La prima conseguenza negativa si chiama infatti ansia anticipatoria e predispone al panico, la seconda si chiama evitamento e predispone alla cronicizzazione.
Dal punto di vista della terapia cognitivo comportamentale, questo aspetto della terapia assomiglia alla esposizione interocettiva, cioè alla esposizione alle proprie sensazioni ed emozioni. La potenza della esposizione interocettiva viene segnalata anche dai terapeuti che lavorano con l'ipnosi, dagli studi sul PTSD, e rappresenta uno degli aspetti distintivi dell'EMDR per il trattamento dei traumi psicologici.
2. invece di incoraggiare esperienze di esposizione fini a se stesse, nel lavoro con l'ACT si considera tutta la vita una grande e potente esposizione terapeutica. Le persone vengono dunque incoraggiate a non rinunciare mai a seguire la propria strada, le cose in cui credono, i propri valori ed i propri obiettivi. Lo spostamento delle proprie energie e della propria intelligenza dal tentativo (perdente) di controllare la propria ansia, all'impegno nella vita al perseguimento dei propri obiettivi sani, consente di cambiare radicalmente la prospettiva e determina un immediato sollievo e beneficio, si potrebbe dire uno "sgonfiamento" del problema.